Il Segno della Croce.

Ogni nostra Liturgia, e a maggior ragione quella eucaristica, inizia con il segno della Croce. E’ il segno della nostra fede. Come ci ricorda il recente documento in preparazione al convegno ecclesiale di Verona, esso riassume i misteri fondamentali della fede: Unità e Trinità di Dio ( nelle parole pronunciate) – Incarnazione e Passione del nostro Signore Gesù Cristo (nell’azione eseguita). Corrisponde, in un certo senso, allo SHEMA’ ISRAEL (Dt 6):  Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua MENTE ( segno sulla fronte), con tutto il tuo CUORE ( segno sul petto), con tutte le tue FORZE (segno sulle spalle ). Indica l’intenzione della nostra azione di lode; convocati nel suo nome, al suo nome affidiamo le nostre intenzioni. Il Nome, per gli ebrei, non era  funzionale solo  alla identificazione, ma ancor più alla missione e ad una presenza: IHWH era innominabile, Lo chiamavano perciò Adonai,  Eloim (cioè Signore), e oggi HASHEM (= nome). Il segno della croce allora  ci aiuta a metterci alla PRESENZA di DIO e, nominandolo, ci inserisce nella sua Missione,  Figli voluti dalla sua azione creatrice,  Fratelli salvati  a costo di Sangue, Cristiani vivificati e sostenuti da un Amore senza limiti. “E’ il segno più santo che ci sia: fallo bene”, così scrive R. Guardini.

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Le Annunciazioni a Maria, appunti.

Noi cristiani, quando  pensiamo alla annunciazione , ci riferiamo immediatamente all’ evento evangelico narratoci da Luca (1, 26-39).  Quella annunciazione è infatti   fondamentale nella storia incarnata del Verbo, e decisivo è l’ umile assenso responsabile della Creatura. Eppure la Tradizione orante della Chiesa  ce ne affida un’ altra, correlata a quella evangelicamente nota: una annunciazione quasi ‘nascosta’,  ed eppure talmente evidente e logica da non aver bisogno di narrazioni o di ulteriori  resoconti. Mi riferisco all’ Annuncio della Resurrezione del Figlio: “ Regina del cielo,  rallegrati,  perché Colui che hai generato alla vita  e che gli uomini hanno crocifisso, è risorto, è tornato alla vita…”. Queste due annunciazioni sono all’ inizio e alla fine dell’arco esistenziale storico della vita di Gesù e ‘comprendono’ ,  per così dire quasi ad inclusione, il mistero della storicità del Verbo. Dalla sua Incarnazione alla sua Risurrezione. Dalla sua discesa tra i mortali alla  sua discesa agli inferi e alla gloria del suo Nome, che è al di sopra di ogni altro nome. Pare evidente il nesso dinamico e profetico tra le due annunciazioni : ‘Chi si umilia sarà esaltato’: cioè Colei che si è dichiarata Serva, ora è chiamata Regina; Colui che ha ‘portato in grembo’ conoscendo la fragilità mortale dell’ uomo, è risorto; Colei che ha fondato la sua vita ‘credendo alla Parola’, ora vede in concreto che quella Parola che ha dimorato nel suo seno ,  a cui ha dato carnalmente  vita,  ha vinto pure la morte…Ogni  promessa, – soprattutto quella  Promessa annunciata a Nazareth, è stata compiuta. L’ annunciazione della risurrezione comunicata a Maria  non è narrata dai Vangeli, tanto pare scontato il fatto. Per questo la Chiesa,  vangelo concreto dei popoli,  la proclama gioiosamente con la preghiera, fin dal secolo X° ( La tradizione la attribuisce a S. Gregorio Magno,che avrebbe udito  gli Angeli cantarla nella notte di Pasqua – Altri la fanno risalire a Papa Gregorio V….)

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Il diacono, segno di comunione

 

“Il ruolo/compito del diacono consiste, nel prendersi cura prima di tutto delle membra sofferenti o isolate del Corpo di Cristo, nel rendere percepibile la missione di riconciliazione del Figlio in tutta la sua ampiezza e forza.(…) Molto concretamente il diacono raggiunge coloro che sono lontani, incapaci di recarsi all’assemblea perché sono malati, contrariati, carcerati, o privi di forza per recarvisi da soli. Attraverso la sua presenza il diacono rende loro percepibile il legame riannodato da Cristo.(…) La presenza del diacono vicino a coloro che sono isolati, in sofferenza o bloccati lontano, dice che la comunione si sposta, in qualche modo, fino a loro,”come il delegato permanente del Vescovo a prendersi cura della comunità”(Hamman). Questo aspetto della missione del diacono perde gran parte della sua forza di senso quando la sua dimensione liturgica viene dissociata da suo aspetto sociale”(E’tienne Grieu, Diaconia – Quando l’ amore di Dio si fa vicino, EDB,pagg 138-139).(Cfr Benedetto XVI in Deus Caritas est,cap IV: “Una Eucarestia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata).

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XIII Convegno Regionale dei Diaconi Lombardi

Il  XIII Convegno Regionale dei Diaconi Lombardi si svolgerà presso il Centro Pastorale Ambrosiano in Seveso il prossimo 27 Aprile 2019.

Il tema che sarà oggetto di approfondimento è: “il rapporto tra Matrimonio e Diaconato“. La sfida del diaconato permanente è costituita dal fatto che in esso i due sacramenti sono uniti: come avvenga tale unione – se per semplice accumulo o accostamento, o per assorbimento dell’uno nei confronti dell’altro o per “assunzione” dell’uno da parte dell’altro o altre modalità ancora – non viene detto.

Ma che vi sia una affinità tra di essi, il Catechismo lo dichiara in maniera evidente. Forse, partire da questa affinità è più fecondo che prendere le mosse dalla loro differenza.

Alla pagina documenti è possibile scaricare il modulo di adesione. Maggiori informazioni visitando il link: http://www.diaconatomilano.it/xiii-convegno-regionale-dei-diaconi-lombardi/

 

Dare voce alla Parola di Dio

Fai la Prima? E il Salmo? O la Seconda? Ci sarebbero anche le preghiere dei Fedeli! Chi di noi non si è mai trovato a rispondere a queste “semplici” richieste o magari anche a porle, di solito, purtroppo, a ridosso dell’inizio della Liturgia Eucaristica! Per la verità è anche vero che in numerose parrocchie si è pian piano proceduto ad un approccio ordinato, stilando una sorta di programmazione dei lettori alle S. Messe, fatto questo possibile grazie alla presenza di Gruppi o Lettori liturgici.

Da oltre una decina di anni porto nelle parrocchie che lo chiedono un “corso” che ho strutturato in alcuni anni, la definizione migliore sarebbe “una chiacchierata”, sul ruolo del lettore. Man mano passano gli anni resto sempre piacevolmente stupito incontrando i lettori, del loro profondo interesse per le tematiche attinenti all’argomento e della loro passione per questo servizio indispensabile alla trasmissione della fede.

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Liturgia, l’incontro fra Dio e l’uomo

La Liturgia, anche etimologicamente, cioè nel senso originario del termine, esprime una polarità comunitaria: è sempre stata un impegno di popolo per il popolo, come anticamente presso i Greci, ad esempio; è, a maggior ragione ancora oggi, per noi, un incontro di fratelli con il Padre, per Gesù Cristo, nell’unità dello Spirito Santo. E’ l’esplosione della dimensione trinitaria che coinvolge e ingloba in essa anche noi, come comunità e come persone, rendendoci una unica famiglia. E proprio per questo cantiamo, preghiamo, meditiamo, e celebriamo “per Gesù Cristo, nostro Signore, – Dio Padre, – nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen”. Liturgia e Comunità dunque si sorreggono a vicenda. La liturgia ha essenzialmente una indole comunitaria: dei molti convocati fa un unico popolo. Nella Liturgia, in special modo in quella Eucaristica, nella celebrazione della Messa cioè, noi sperimentiamo l’economia di salvezza voluta dal Padre e realizzata da Gesù, nella forza dello Spirito Santo (cfr SC 2). La liturgia infatti è il luogo della oggettività della Fede:  non un luogo dove si viva solo intimamente, istintivamente, soggettivamente la “propria” Fede, quanto piuttosto un “ambiente di vita”, dove in ognuno, secondo la propria  originalità, ecclesialmente, comunitariamente  emerga la fede della Chiesa, cioè in assemblea convocata, in comunione, nella “coniugazione” reciproca dei molti nell’unità. “Essa infatti è la prima e indispensabile sorgente dalla quale i fedeli possano attingere il genuino spirito cristiano” (SC 14). La Liturgia, prima ancora di essere una modalità della preghiera, una espressione della fede vissuta, è il luogo dove la Fede appare come deve essere ed impegna / impregna totalmente la vita.

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Le Vesti Sacre Diaconali

Le vesti sacre devono essere segno dell’ ufficio proprio di ogni ministro”.

Sono dunque:

  • 1) segno  espressivo del ministro per l’ assemblea : colui che celebra o serve richiama l’assemblea ad attendere a un fatto non ordinario o abituale e che trascende il meramente umano, richiama cioè che si è alla presenza del divino e della sua opera, che è sempre  nuova  e rinnovante
  • 2) segno distintivo di consapevolezza celebrativa per il soggetto che le indossa.

Esse dunque non hanno lo scopo di esaltare il rango di colui che le indossa (tentazione subdola di ogni…clericale), ma di  segnalare il suo ruolo semplicemente “ministeriale”, cioè di SERVIZIO al Signore e alla assemblea (Scopo della Liturgia infatti è la Adorazione celebrante e  obbediente del Signore e la santificazione del popolo).

In particolare, il Diacono indossa camice, stola, dalmatica. Cosa significano all’ assemblea ( a tal proposito resa partecipe con una adeguata catechesi liturgica!) e, in particolar modo, al diacono stesso?

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Risurrezione del Signore e cultura contemporanea

Pasqua del Signore, Pasqua dell’uomo.

Woody Allen, in un suo film, fotografa, con fulminante e tragica ironia, la condizione dell’uomo contemporaneo: “Dio è morto, Marx è morto…e io non mi sento molto bene.” Eliminato dalla vita Dio e pure ciò che lo considerava oppio del popolo, non è rimasta che  nausea, insicurezza, indifferenza… “Poiché non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.”, dice nell’Apocalisse il Signore alla Chiesa di Laodicea,”Tu dici:- sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla. -, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e muto”(Ap 3, 16-17). Laodicea,  prospera città ad oriente di Efeso, polo finanziario con banche e centri commerciali, industrie tessili avanzate e centri di salute e bellezza, dove il benessere coincideva con  ricchezza,  salute e bellezza , mi pare  illuminante immagine della situazione drammatica del nostro tempo. Indifferenza, soggettivismo, individualismo, apparenza negano o, per lo meno, impediscono, orizzonti e valori :dove  ciò che è chiaro “per me” può essere scuro “per te”; dove può essere vero tutto e il contrario di tutto; dove l’immagine sostituisce l’autenticità; dove la pretesa autosufficienza conduce alla solitudine interiore in un contesto di globalizzazione, grande mondo ridotto a villaggio dove nessuno conosce nessuno…” Un senso di paura e di sgomento prende gli uomini dei nostri giorni: il futuro non è più garantito e questa consapevolezza fa vacillare il senso del passato, piombandoli nell’attimo. Che cosa dunque possiamo sperare?” (D.Antiseri).

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