Le Vesti Sacre Diaconali

Le vesti sacre devono essere segno dell’ ufficio proprio di ogni ministro”.

Sono dunque:

  • 1) segno  espressivo del ministro per l’ assemblea : colui che celebra o serve richiama l’assemblea ad attendere a un fatto non ordinario o abituale e che trascende il meramente umano, richiama cioè che si è alla presenza del divino e della sua opera, che è sempre  nuova  e rinnovante
  • 2) segno distintivo di consapevolezza celebrativa per il soggetto che le indossa.

Esse dunque non hanno lo scopo di esaltare il rango di colui che le indossa (tentazione subdola di ogni…clericale), ma di  segnalare il suo ruolo semplicemente “ministeriale”, cioè di SERVIZIO al Signore e alla assemblea (Scopo della Liturgia infatti è la Adorazione celebrante e  obbediente del Signore e la santificazione del popolo).

In particolare, il Diacono indossa camice, stola, dalmatica. Cosa significano all’ assemblea ( a tal proposito resa partecipe con una adeguata catechesi liturgica!) e, in particolar modo, al diacono stesso?

Il Camice o Alba era anticamente una semplice sottoveste  ed era chiamata “Tunica Interior”. Al ministro è dunque un richiamo alla sua verità interiore che chiede di essere purificata,  è memoria di quella tunica ricevuta nel giorno del suo Battesimo.  Indossando il camice il ministro “ricorda”, come facevano i  discepoli, le  meraviglie  del Signore,  la sua GRAZIA che ricopre la sua fragilità umana per esercitare più degnamente il proprio ufficio liturgico . Dio cioè ricandida, rinnova la sua fedeltà al ministro, lo ri-chiama,  lo ri-veste nuovamente (come fece per  Adamo  e per  il Figliuol Prodigo) dell’ abito ‘di nozze’ per il banchetto e il sacrificio divino, che celebra l’ Alleanza sponsale di Dio con il  suo popolo. Con il camice, il Signore ci gratifica ancora e il suo amore ci riveste di Novità. Una curiosità: Noi abbiamo fatto del  Ministro una esaltazione inappropriata. E’ vero,  ogni ministero ricevuto è Dono cui deve corrispondere impegno. Ma è un Dono che viene dato PER gli altri, non lo si può trattenere per sé. Non è una gratifica, ma una Grazia. Ogni dono divino è per una missione (vale anche per gli Sposi: Sposi non solo per sé, ma per la Chiesa tutta). L’etimologia ci fa capire meglio il senso del Ministro. In latino, come commentava mons. Mauro  Orsatti, si dice MINISTER, che deriva da MINUS-TER. E’ il segno MENO che si evidenzia, ed è esattamente il contrario di MAGIS-TER, Maestro, l’ autentico PIU’ di riferimento. Ogni ministro dovrebbe essere attento anche a questa sua  umile  posizione, da inferiore, soprattutto se si pensa a quell’ unico MAESTRO , di cui tutti vogliamo essere semplici scolaretti e  gioiosi discepoli.

La Stola ha origini molto umili; era all’ origine un semplice asciugatoio che serviva a varie funzioni: al vescovo e ai presbiteri come fazzoletto da collo per detergere il sudore e ai diaconi per la pulizia dei sacri utensili oltre che delle sue stesse mani. Anticamente infatti egli doveva maneggiare, nel suo servizio,  anche i doni dei fedeli, spesso  offerti ‘in natura’ (pane, frutta, vino, verdura…) e  che a sua volta doveva ridistribuire, soprattutto nelle Agapi. Doveva poi astergere i sacri vasi, le suppellettili sacre, le patene. Praticamente corrispondeva al tovagliolo che i camerieri portano  sul braccio sinistro o sulla spalla. Era chiamato ‘Orarium’, da Os, bocca, e, in senso lato, volto. Come l’ asciugamani non serve solo ad asciugare le mani, così l’ Orarium non serviva solo a detergere bocca o volto . L’ orarium era di lino e poteva essere facilmente ripiegato  a forma di striscia. Lo si poneva sulla spalla sinistra, scendendo lungo il corpo; era solitamente di colore bianco segnato da crocette rosse o nere o  miste. Il movimento leggero e alacre dei diaconi faceva svolazzare la stola, al punto da far dire a san Giovanni Crisostomo che la stola così mossa ricordava le ali degli Angeli: “I sacri ministri si muovono nella chiesa imitando le ali degli angeli con i loro leggeri veli di lino che tengono sulla palla sinistra” (Omelia sul Figlio Prodigo). Un’altra immagine singolare e suggestiva la si deve a S. Isidoro Pelusiota: “Il lino con il quale i diaconi nei santi misteri attendono al loro ministero/ufficio ci fa ricordare l’ umiltà del Signore, che lavò i piedi dei discepoli e li asciugò” (Epistolae ; da  Migne. Patrologia greca, tom, 78, col. 271). Questo immagine corrisponde anche ad un bassorilievo del Museo Lateranense, in cui Gesù, nell’ atto di pulire i piedi ai discepoli, tiene la salvietta sulla spalla sinistra. La stola dunque ricorda e impegna al servizio e all’ umiltà. Verso il XIII secolo la stola, prima liberamente pendente dalla spalla sinistra, e meglio indicante il suo uso servile, venne inizialmente annodata   e poi ricucita sotto il braccio destro,  a significarne  maggiormente la qualifica onorifica  che quella servile e pratica. Del resto già dal V secolo si era perduto l’ uso dell’ originale  vocabolo  ‘Orarium’ sostituito dall’ attuale ‘Stola’. Anche l’ uso di portarla sotto la dalmatica è tardivo, intorno al secolo XV, mentre ancora oggi il rito ambrosiano   ne rispetta la primitiva modalità. Pure il suo colore da bianco  venne declinato sui tempi liturgici accordandolo con la pianeta sacerdotale. Una curiosità: a Roma non si usava l’ Orarium,  ma il ‘pallium linostinum’, un manipolo che si portava sull’ avambraccio sinistro;  pare che l’ Orarium  sia stato introdotto solo verso il IX secolo, senza però sostituire il manipolo. Molti ricordano che, nel periodo pre-vaticano II, il sacerdote e i diacono portassero nella celebrazione liturgica sia stola che manipolo.

A ricordare  al diacono il suo servizio da eseguire in umiltà e senza pretesa alcuna è  la Dalmatica, antico indumento degli schiavi provenienti dalla Dalmazia. Indossandolo, nonostante i fregi che spesso adornano questa tunica ( spesso del resto sono d’ oro pure le croci!), i diaconi interiorizzano e comprendono che il loro servizio è totalmente ‘gratuito’, ed evangelicamente ‘inutile’, non nel senso che non serva a nulla o a nessuno, anzi, ma nel senso, come ricorda P. Marko Rupnik,  che viene svolto senza alcun ‘utile’ personale del diacono, cioè senza diritti di riverenze, onori o  ranghi o riconoscimenti. Nel nascondimento, cioè, in una specie di Kenosis che nasconda l’ apparire per sostanziarne l’ autentica identità diaconale: un semplice servitore del Signore e dell’ Assemblea. Diventare  diaconi non è un percorso carrieristico,   un cursus honoris. Anzi, rifletteva il Vescovo Luciano Monari, è una scelta in controtendenza rispetto al mondo, la scelta dell’ ultimo posto, per quelli dell’ ultimo posto. La Dalmatica indossata sul corpo indica al cuore del diacono  la strada giusta da percorrere, quella via che gli ha indicato il Signore, quel Signore che volontariamente assunse  le condizioni di schiavo (Doulos) e venuto per servire e non per essere servito.

Diacono Franco Lonati