Risurrezione del Signore e cultura contemporanea

Pasqua del Signore, Pasqua dell’uomo.

Woody Allen, in un suo film, fotografa, con fulminante e tragica ironia, la condizione dell’uomo contemporaneo: “Dio è morto, Marx è morto…e io non mi sento molto bene.” Eliminato dalla vita Dio e pure ciò che lo considerava oppio del popolo, non è rimasta che  nausea, insicurezza, indifferenza… “Poiché non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.”, dice nell’Apocalisse il Signore alla Chiesa di Laodicea,”Tu dici:- sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla. -, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e muto”(Ap 3, 16-17). Laodicea,  prospera città ad oriente di Efeso, polo finanziario con banche e centri commerciali, industrie tessili avanzate e centri di salute e bellezza, dove il benessere coincideva con  ricchezza,  salute e bellezza , mi pare  illuminante immagine della situazione drammatica del nostro tempo. Indifferenza, soggettivismo, individualismo, apparenza negano o, per lo meno, impediscono, orizzonti e valori :dove  ciò che è chiaro “per me” può essere scuro “per te”; dove può essere vero tutto e il contrario di tutto; dove l’immagine sostituisce l’autenticità; dove la pretesa autosufficienza conduce alla solitudine interiore in un contesto di globalizzazione, grande mondo ridotto a villaggio dove nessuno conosce nessuno…” Un senso di paura e di sgomento prende gli uomini dei nostri giorni: il futuro non è più garantito e questa consapevolezza fa vacillare il senso del passato, piombandoli nell’attimo. Che cosa dunque possiamo sperare?” (D.Antiseri).Eppure non possiamo vivere senza speranza.

Ma cosa è la speranza vera, se non il raggiungimento del senso, del significato e della ragione della esistenza? Se non la possibilità di poter rispondere alle domande che turbano e inquietano ogni uomo sul suo destino terreno, sul male, sul dolore, sulla morte, sul dopo-morte? Una Risposta, una Parola definitiva  c’è e riempie di senso e di gioia la speranza : è la Pasqua del Signore, è la Risurrezione del Figlio di Dio e del Figlio dell’uomo, Crocifisso. La cultura del nostro tempo prima ha proclamato la morte di Dio, poi ne ha nascosto la  morte in un sepolcro, perché lo si dimenticasse “come i morti che giacciono da gran tempo” e ne ha elaborato per compensazione dei sostituti, degli idoli : potere,  sesso, ricchezza da una parte;  scienza assoluta, magia e vaga religiosità  dall’altra. In effetti, la festa di Pasqua, pur così determinante e centrale nella fede cristiana, riposa nel limbo di molte coscienze, non solo laiche. Ai più è noto il termine, ma ne ignorano gli eventi e il significato. Molti, funzionalmente, la ritengono più una buona occasione di sosta lavorativa e di vacanza, dove è più significativa la pasquetta della Pasqua. Molti, religiosamente più acculturati, la agganciano unicamente alla risurrezione del Signore. Pochi considerano nella Pasqua anche la Passione e la Morte del Signore. E invece la grande novità evangelizzante è questa: “O stolti e tardi di cuore, non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua Gloria?” (Lc 24,26). E’ grazie a questo mistero, di sofferenza e di vittoria insieme, che l’uomo ritrova la sua autentica dimensione, e il dolore, via crucis ed esperienza certa, non è più un dolore cieco, un dolore muto, un dolore demente, bensì un dolore che conduce a raggiungere il senso, primo e ultimo, della vita.

“La perennità della Passione di Cristo e della Pasqua sta nell’essersi poste, una volte per tutte e una volta per sempre, come ribaltamento del dolore in speranza attuabile, anzi attuata: in Risurrezione” (G. Testori). Con Cristo risorto, risorge anche l’uomo: non più vinto e divorato dalla inesorabilità della morte, ma, in Cristo, capace di tradurre l’attimo fugace del tempo in atomo di eternità. Con la Pasqua , il velo del tempio si è spezzato e anche il profano acquista sacralità, perché è pervaso dalla  presenza viva e vivificante di Cristo Risorto: allora, come per il dolore, anche ricchezza, scienza,  potere, divertimento  acquistano un valore sconosciuto prima della Pasqua, un valore  “relativo”, di relazione al Cristo Signore e al più piccolo dei suoi fratelli. A Pasqua infatti  risorge un Cristo Crocifisso, speranza certa per tutti i crocifissi del mondo, risposta alle angosce dei poveri e degli afflitti. La Pasqua è la attualizzazione delle beatitudini, rivolte prima ai poveri, ai miti, ai perseguitati, ai pacifici: la conversione del sacrificio, del dolore, dell’impegno in beatitudine, la traduzione della Passione in Risurrezione…Anche i ricchi e i potenti si potranno salvare nella Pasqua di Cristo, “perché nulla è impossibile a Dio”.

Non il buio attende dunque l’uomo, o le ombre: ma la Luce di Cristo, Stella del mattino.

Agli uomini che vivono nella notte, addormentati o smarriti nel buio, si presenta la soluzione della Luce di Cristo “ che rivela l’uomo a se stesso”(Cfr 22 GS). “Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io hp vinto e mi sono assiso presso il Padre mio, sul mio trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”( Ap 3,21-22).

La Chiesa “delega” al Diacono l’ annuncio della Pasqua, dall’orizzonte epifanico, il 6 gennaio, quando scandisce le date di tutte le Feste dell’Anno, ordinate alla Pasqua che dà loro senso e orizzonte, fino alla sua gioiosa proclamazione nel Preconio Pasquale. E’ certo un compito non essenziale, altri lo possono eseguire…Comunque sia, il senso pasquale dovrebbe innervare l’ identità diaconale: Pasqua , anima della sua spiritualità; il Servizio suo corpo.  Il suo servizio è un continuo “attraversare” i bisogni della propria comunità, del suo prossimo, secondo un Esodo  che solo la Grazia conosce e conduce. Egli è sempre “dipendente”  dai bisogni e dalla Grazia che sospinge e geme. Anche per questo la Chiesa gli affida, nella celebrazione eucaristica, l’ annuncio della Pace, di quella Pace  che il Signore, a Pasqua, ha donato ai suoi Fratelli.

Diacono Franco Lonati