Il diacono, segno di comunione

 

“Il ruolo/compito del diacono consiste, nel prendersi cura prima di tutto delle membra sofferenti o isolate del Corpo di Cristo, nel rendere percepibile la missione di riconciliazione del Figlio in tutta la sua ampiezza e forza.(…) Molto concretamente il diacono raggiunge coloro che sono lontani, incapaci di recarsi all’assemblea perché sono malati, contrariati, carcerati, o privi di forza per recarvisi da soli. Attraverso la sua presenza il diacono rende loro percepibile il legame riannodato da Cristo.(…) La presenza del diacono vicino a coloro che sono isolati, in sofferenza o bloccati lontano, dice che la comunione si sposta, in qualche modo, fino a loro,”come il delegato permanente del Vescovo a prendersi cura della comunità”(Hamman). Questo aspetto della missione del diacono perde gran parte della sua forza di senso quando la sua dimensione liturgica viene dissociata da suo aspetto sociale”(E’tienne Grieu, Diaconia – Quando l’ amore di Dio si fa vicino, EDB,pagg 138-139).(Cfr Benedetto XVI in Deus Caritas est,cap IV: “Una Eucarestia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata).

In questo senso comunionale espansivo e missionario G. Rebésce rileggeva il gesto umile della pulizia della patena e del calice , da parte del diacono, dopo la comunione eucaristica nella celebrazione liturgica della messa, rimandandolo all’impegno caritativo e alla sua intercessione orante per tutte le siro-fenicie del mondo, ostacolate o private dal nutrimento sostanziale, e, potremmo aggiungere, per tutti i Lazzari del mondo, trascurati se non vessati dai vari Epuloni di turno. Come anche non ricordare le parole di Gesù agli Apostoli dopo il pane moltiplicato e donato:”Raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto”? Vi sono altre piccole azioni liturgiche di spettanza diaconale, sia pure delegata, che esprimono questa dimensione missionaria di comunione. Ritengo personalmente molto significativo, ad esempio, il gesto dell’aggiunta di alcune gocce d”acqua al vino nel calice al momento dell’offertorio con la preghiera esplicativa del diacono: “L’acqua unita al vino sia il segno della nostra unione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. L’acqua dunque è simbolo della nostra offerta esistenziale che si unisce al sacrificio di Cristo, secondo l’ insegnamento di Paolo ( do’ compimento a ciò che nei patimenti di Cristo manca nella mia carne a favore del suo corpo che è la Chiesa -Col 1,24); acqua, dunque, simbolo della fragilità umana, frammista a quel vino che diverrà bevanda di salvezza, acqua che con il vino diverrà Sangue di Cristo, elevata per grazia alla dignità divina di Colui che per donarcela ha assunto la nostra natura umana. Nel Sangue di Cristo versato  è dunque assimilata anche la nostra esistenza che assumerà tutta la sua pregnanza di senso  e di verità nella grande dossologia della preghiera eucaristica: “Per Cristo,  Con Cristo e In Cristo… “ Nella comunione al Sangue, noi dunque insieme a Gesù assumiamo pure la comunità intera. Anche S. Agostino in un suo discorso sottolinea un analogo senso. Il pane e il vino offerti sono il simbolo anche dell’Assemblea, cioè “dei molti diventati uno”. Partecipando al banchetto noi diventiamo uno con Cristo e in Cristo e riceviamo dunque con Lui tutta l’ Assemblea, cioè la Chiesa . Per questo s. Agostino con stupore e venerazione diceva ai suoi fedeli: “Voi dunque vi ricevete mutualmente”. “Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione al Sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione al Corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molto, un solo corpo, tutti infatti partecipiamo all’unico pane” ( 1 Cor 10, 16-17).

Diacono Franco Lonati